L’onda

 l'onda

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Di giorno

Stazioni assolate
parcheggiano
sogni d’avventure
ove l’approdo
coincida
con orizzonti toccabili.

Di notte

Magnetismi lunari
ricompongono
paradigmi
di percorsi
senza arrivi.

In sale d’attesa
disumanate
tessevo arazzi luminosi
nelle notti
incapaci di produrre
emozioni.

L’orecchio,
affinato alla penombra,
auscultava deliri di silenzio,
che la macina del tempo
transustanziava
in polline stellare.

Scriba eunuco di enunciati
ignoravo l’arte
di vergare parole ardite
e mutarle in ellenici monili
per polsi
stretti in manette d’impotenza.

In un patio di glicine
ho intrecciato
ghirlande di versi
per coronare
l’atteso compagno di un viaggio
verso pianure amazzoniche
concupite dal sole.

La mia sala d’attesa/caravella
pronta per il viaggio,
pone al timone un sogno antico
(diamante incastonato
nell’iride cangiante
dello sguardo)
potenziale bussola
che addita
itinerari labirintici.

Poi venne l’onda
che frantumò l’ignoto
con aliti di grecale
e mandorli fioriti.
Il suo occhio bilunare
faceva levitare le acque
del desiderio
ancora in embrione,
dalle sue ciglia s’innalzavano
rondini nell’atto di migrare.

Strani compagni di viaggio
hanno bagagli
grevi di eventi
che nessuno aiuta a sollevare:
detentori di un lasciapassare
per valicare frontiere d’infinito

 Lunepiene
ho sfogliato
a margherita
prima di raccogliere
il grido del naufrago:
– sonora bandiera agitata
allo schiuso orizzonte –

Con esso
(a cordata)
custoditi nel marsupio
di una conchiglia fossile,
si riversarono
gli echi non uditi
di mille naufraghi
anelanti le rive
e refrigeri di palmizi
e amache capaci di cullare
sogni refrattari
all’usura di ruggini
quotidiane.

Inatteso finale

il diapason del grido
si riversa
nell’orbita oculare
della selenica amante
incapace di generare orgasmi

mentre
sul suo ventre
percorsi labirintici
si snodano a catena
generando nastri d’acciaio
paralleli
condannati a non fondersi
d’abbraccio.

 Mio aedo, dimmi,
quale nome smuove
le bianche vele del sogno
represso in stive
di ordinaria follia?

Ha forse un nome il vento
che mi percorre le vene
aduste di primavere
e di mandorli
ingemmati a neve?

– E’ maestrale il vento
che a sera incarna e infrange
il mito dell’amore,
ed è forse poesia
la CITTÀ’ del SOGNO
che solo al delirio
della notte si concede
in alibi di un viaggio
senza fine –

-Ecco, le stagioni
volgono alle gemme,
ma il mio roseto
ha brividi d’inverno.-

Reincarnata Penelope
attenderò
il fiorire di un’altra primavera
coi suoi interrogativi
di rondini sui fili
per tornare a scrivere
-su binari di carta-
la trama di una storia senza fine.

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2 risposte a L’onda

  1. Baldo ha detto:

    Anna, L’onda è semplicemente affascinate!

  2. Baldo ha detto:

    P.S. Il Poema poi, non sono in grado di aggettivarlo. Ti prende di petto e non ti lascia più!

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