il Lampadiere

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Il poeta è un “vate” del nostro tempo


Nel 1987 ebbi la fortuna di entrare nella rosa dei finalisti di un prestigioso premio di poesia, organizzato da un’associazione culturale calabrese intitolata “Rhegium Julii”.Mi reputavo davvero fortunata perché quello era un premio consolidato che vantava firme prestigiose nella giuria ed essere stata “letta e giudicata in maniera favorevole” da tali firme mi dava una grande gioia. La gioia era raddoppiata dal fatto che i finalisti erano invitati a spese dell’associazione a prendere parte alla serata finale; erano affrancati dal sostenere spese di viaggio e di alloggio, non solo essi ma anche un loro eventuale accompagnatore. Era un’occasione davvero ghiotta, non potevo farmela scappare, chissà quando mi si sarebbe ripresentata. Andai, naturalmente, con mio marito, Lì ebbi la gioia di conoscere tante persone con le quali avrei intrecciato relazioni culturali ed epistolari che si protrassero per molti anni. Flavia Lepre di Arona, Adriana Scarpa di Venezia, Edoardo Carella, mio conterraneo, di Castellaneta,  Achille Millo, divo del teatro e della televisione, scomparso di recente e Fausto Cigliano, mito musicale degli anni 60. Tra i finalisti un certo IGNAZIO URSO, Ignazio lo avevo incontrato spesso nella rosa dei finalisti nei concorsi di poesia ai quali in quel tempo amavo partecipare non fosse altro che per assicurarmi crediti, ovvero, quelle prime timide segnalazioni, attestati di merito che mi erano necessarie per accumulare pareri favorevoli alla mia poesia. E Dio sa , quanto tutto questo era necessario per farla uscire dall’anonimato.
Ignazio Urso, Adriana Scarpa, Gianfranco Interlandi, Achille Millo, Corrado Calabrò, ma chi li aveva mai visti tanti VIP. Per me che venivo da San Giorgio Jonico era come entrare a far parte di un Empireo soltanto sognato.
Ignazio Urso era Finalista insieme a me.!! Io ero finalista insieme ad Adriana Scarpa, il nome che in quel tempo faceva incetta di premi letterari.
Quei tipi di premi sono come dei bunker, sono preclusi ai più. Devi avere davvero qualcosa da dire e dirlo bene se vuoi aprirti una piccola breccia ed entrare nella rosa dei finalisti di “quel tipo “di premi di poesia .Ci pensate, io mi trovavo Li, insieme a tutti quei “mostri sacri”.
La sera, alla cena offerta dagli organizzatori, ebbi il privilegio di sedere, con mio marito, al tavolo di Achille Millo e di Fausto Cigliano. Ero davvero al settimo cielo. Quella sera, udii per la prima volta Corrado Calabrò declamare versi di una bellezza straordinaria.
Edo Carella declamò i suoi stupendi versi nei quali si parlava della terra e degli affetti familiari
ed io quasi mi identificai in quello che aveva scritto
perché faceva parte anche della mia realtà’ territoriale, anche se dubitavo che mai avrei scritto con tanta maestria, mai, nulla di così coinvolgente.

Ignazio Urso, l’Onnipresente. era un piccolo uomo che produceva parole dense di magia poetica. Qualche anno dopo seppi che era morto, “continuerà a scrivere da Lassù ” pensai quando ne appresi la notizia, e sarà stato così, perché IGNAZIO URSO vince ancora premi di poesia. Ma come è possibile? E’ possibile soltanto in un modo. C’è chi si è preso cura delle sue carte: c’è qualcuno che vuole ardentemente che EGLI VIVA. C’è qualcuno che fa in modo che la sua poesia continui a vivere. Tutto questo ha per me un valore straordinario. Lasciare una traccia del proprio passaggio nella terra dei viventi è forse l’aspirazione umana più legittima, più pressante, più impellente. Altrimenti cosa rimarrà di noi, cosa rimarrà  a testimoniare che un poeta è passato fra di noi. Un artista è vissuto nel tuo stesso tempo, era magari quello della porta accanto, al quale non abbiamo tante volte risposto al saluto, il cui sguardo non abbiamo mai attraversato con il nostro. Noi, tanto presi dalla nostra quotidianità.  Il poeta, questo pacifico; il poeta, questo rivoluzionario, come ebbe a definirlo magistralmente Oriana Fallaci nella sua opera “UN UOMO”


Il poeta ribelle, l’eroe solitario, è un individuo senza seguaci: non trascina le masse in piazza, non provoca le rivoluzioni. Però le prepara. Anche se non combina nulla di immediato e di pratico, anche se si esprime attraverso bravate o follie, anche se viene respinto o offeso, egli muove le acque dello stagno che tace, incrina le dighe del conformismo che frena, disturba il potere che opprime. Infatti qualsiasi cosa egli dica o intraprenda, persino una frase interrotta, un’impresa fallita, diventa un seme destinato a fallire, un profumo che resta nell’aria, un esempio per le altre piante del bosco, per noi che non abbiamo il suo coraggio e la sua veggenza e il suo genio. E lo stagno lo sa, il potere lo sa che il vero nemico è lui, il vero pericolo da liquidare. Sa addirittura che egli non può essere rimpiazzato o copiato: la storia del mondo ci ha ben fornito la prova che morto un leader se ne inventa un altro, morto un uomo d’azione se ne trova un altro. Morto un poeta, invece, eliminato un eroe, si forma un vuoto incolmabile, e bisogna attendere che gli dei lo facciano resuscitare. Chissà dove, chissà quando. “

 

Il poeta scrive solo se una emozione gli urge dentro, se un dolore lo percuote, un amore lo infiamma, o un ricordo lo immalinconisce. Il poeta vive il suo estro poetico in un inconsapevole anelito alla catarsi; purificandosi, ravvivandosi e rinnovandosi nell’enunciato creativo che è artistico perché è vero e sofferto. Il nostro Sud, il nostro meridione dimentica troppo presto i suoi figli più illustri, i suoi artisti. Raffaele Carrieri, Michele Pierri, Cosimo Fornaro, Piero Mandrillo, Pasquale Pinto, sono anime privilegiate che hanno avuto i natali su questo lembo di terra Jonica, sono figli di una madre immemore e frettolosa, troppo presa dalle incurabili piaghe che la tormentano, incapace di arginare falle che con velocità strabiliante diventano voragini. Onorare la memoria di uomini di grande talento, che scompaiono dalla scena, non è tempo perduto perché nel riordinare il loro passato, fatto di armonioso intreccio di azioni e di opere, torna cosa utile a chi scrive e a chi legge consentendo  di scoprire nuovi  filoni d’oro,  che la nostra superficialità o pressappochismo , non aveva portato alla luce. 20 anni fa Pasquale Pinto  denunciava i cancelli chiusi della Villa Peripato, scrivendo accorati versi, oggi quelli stessi versi si attagliano efficacemente per denunciare la chiusura di altri cancelli, quelli della Pineta Cimino, tanto per fare un esempio azzeccato.

Dove andranno i vecchi a respirare l’aria pulita di una città altamente inquinata? Dove andranno i bambini? Queste domande Pinto se le poneva 20 anni fa e sono oggi più che mai attuali .

 

Il poeta è un “vate” del suo tempo e la Poesia è qualcosa che lo prende e gli cresce dentro senza che egli possa opporle resistenza. Molte volte mi si sono avvicinate persone le quali volevano sapere come avviene la nascita di una poesia. E’  una domanda che viene rivolta a tutti coloro che scrivono. E tutti coloro che scrivono rispondono che La Poesia, quando vuole nascere è come un bimbo che vuole venire al mondo. Non  si può impedire che questo miracolo avvenga, C’è una forza superiore  e vitale che regola scandisce i tempi del nascere, come quelli del morire anche per la poesia. La poesia è come l’amore, e Gibran ha detto:”quando l’amore vi chiama, seguitelo.”

 

Ella quando vuole venire alla luce, bussa violentemente alle porte del cuore, si insinua nella mente, ti parla con parole insistenti, ti abbaglia. Come è successo per Nevica . Per Nevica ho sperimentato, ho vissuto, qualcosa mai vissuta prima. La poesia mi chiamava dai rami della notte,

per dirla con le parole di un vero poeta, Neruda.

Egli l’ha saputa magnificamente tratteggiare con una delle sue più efficaci poesie, che non può avere altro titolo se non questo, semplicemente: LA POESIA

Accadde in quell’ età…La poesia venne a cercarmi.

 Non so da dove sia uscita,

 da inverno o fiume.
Non so come né quando,

 no, no erano voci

 non erano parole né silenzio,
ma da una strada mi chiamava, dai rami della notte,
bruscamente fra gli altri, fra violente fiamme
o ritornando solo, era lì senza volto
e mi toccava.

Non sapevo che dire, la mia bocca non sapeva nominare,
i miei occhi erano ciechi; e qualcosa batteva nel mio cuore,
febbre o ali perdute e mi feci da solo,
decifrando quella bruciatura,
e scrissi la prima riga incerta,
vaga, senza corpo, pura sciocchezza,
pura saggezza di chi non sa nulla,
e vidi all’improvviso il cielo sgranato e aperto,
pianeti piantagioni palpitanti, ombra ferita,
crivellata da frecce, fuoco e fiori
la notte travolgente, l’universo.

Ed io, minimo essere, ebbro del grande vuoto costellato,
a somiglianza, a immagine del mistero,mi sentii pura parte
dell’abisso, ruotai con le stelle,

 

il mio cuore si sparpagliò nel vento.

 

Il poeta, quindi come “il Lampadiere” ovvero, colui che porta la lucerna della luce del cuore rivolta verso gli altri, lui forse, brancola nel buio, ma la sua parola può essere d’aiuto agli altri. E per dirla con uno dei più grandi poeti jonici del nostro tempo, Angelo Lippo, “la poesia è la sola luce che resta all’umanità. Ed il poeta è l’unico che riesce a sentire il rumore dell’erba che cresce.”

 

 

 

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