I vecchi del mio paese

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I vecchi del mio paese

sostano su panchine sverniciate

dipanando gomitoli di memorie

che risuonano come carte di caramelle

ripiegate nel taschino.

I vecchi del mio paese raccontano storie infinite,

all’ultimo raggio del giorno

che ascolta con stupore di bimbo.

Sanno mutare i loro volti di pergamena

in fisarmoniche sognanti

che si accendono ad un cenno di saluto.

Amano

narrare di tesori nascosti

sotto le “chianche” dell’antica piazza,

levigate da puledri in disuso.

E a sera,

recitando giaculatorie sconnesse,

si affidano ad uno scampolo di tempo

ormai liso come il loro bastone.

Come scolari li conto ad uno ad uno:

che non se ne perda nessuno

inseguendo il residuo di un sogno!

 

20/10/1987

 

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l’albero di Giuda

2015-11-07 ALBERO DI GIUDA E CAINOla nostra gloriosa scuola Maria Pia

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L’albero di Giuda

 

L’albero di Giuda è già fiorito,

è un pugno di rosa che ti batte in fronte

Forziere di petali abbaglianti

Tronchi come navi galleggianti

nel mare terso d’inizio primavera.

L’albero del perdono è tutto in fiore

È il manifesto sublime dell’Amore,

della speranza e del pentimento

che irradia gioia in tutto il firmamento.

Nell’aria si diffonde un gran richiamo

Arriva Pasqua di resurrezione,

quando la pietra del sepolcro è ribaltata

l’umanità è redenta e riscattata.

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Petali di luce

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Petali di luce
screziati/adamantini
si depongono ai piedi
di questi turgidi
seni di pietra
che si ergono
fino a bussare
alle porte dell’azzurro.

Reclamano passaporti d’infinito chiarore
le antiche pietre di Puglia
abili a catturare fascine di sole
per farne focolari di affetti familiari.

Presaga di sospirata stagione,
la tua tela,
avanza esibendo
il suo lasciapassare turchino,
il suo fremito d’eterno.

S’ode più d’appresso
il battito d’ala della dormiente
Capinera.

Ed è già Primavera..

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addio inverno, benvenuta primavera

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Girasoli

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Scrigni di luce

 

Angeli

svolsero l’intricata matassa

dei loro fili d’oro.

Nude corolle 

l’accolsero

di grandi fiori

invaghiti di sole

e scrigni di luce divennero

ad abbagliare

 pupille…

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Convegni

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Mentre nel 1990 partecipavo ad un Convegno Internazionale organizzato dalla Vallisa sulla Poesia al Femminile a Bari, per un grande incontro con la poesia delle poetesse sparse per il mondo…questa sera sarò ospite di un Convegno organizzato dalla Commissione delle pari Opportunità del Comune di San Giorgio Jonico, mio paese natale, durante il quale porterò una mia poesia intitolata LE MANI DELLE DONNE.

Porterò anche la testimonianza da me raccolta di una delle prime donne imprenditrici di San Giorgio Jonico; Mestra Chicchina Capozza, una donna che non esitò a fare “il Falegname” pur di provvedere alla costruzione delle bare, durante l’assenza degli uomini…tutti impegnati sul fronte, a fare la guerra: Una testimonianza che desidero condividere con voi.

 

Mestra Chicchina e li chiavutieddi

 

Stonu certi storie ca onu successu allu paisu mia ca nisciùnu canosce, ma sontu tanta beddi ca quannu li sentu mi rìzzic’nu li carni.

Questa ete propia bedda.

Quannu scuppiò la prima uerra mondiale tutti li uèmmini giuvini érna scè alla uerra pi salvà e difendere la Patria.

Rimanévunu sulu li viecchj. Appusitìu mancàvunu anni sani sani li falegnami, li scarpari, li cuntadini, li massari, li conzacràste, insomma tutti quiri ca tinevunu nu mistiere.

Intr’a San Giorgi stàvunu tanta falegnami, e tutti èrnu sciutu alla putèa di “Mestru” Carmelu Capozza cu si mparàvunu lu mistiere di falegname d’arte fina.

Quannu Mestru Carmelu e l’otri falignami fùrunu chiamati pi scè sott’a l’armi rimanérnu sulu li femmini e li viecchj.

Mo ti vogghju, ca murévunu li cristiani e no stavunu cchiù chiavuti!!!!

Murévunu li piccinni e no stavunu chiavutieddj. Comu s’era ffa?

Tannu li piccinni murévunu puru cu nna freve, ca no stavunu miticini cu si curàvunu.

Ogni giurnu murévunu piccinni, e sirvèvunu li chiavutieddj, tant’è ca quannu sunava la campanedda era lu nsignale ca era muertu n’otru piccinnu.

Allora la mugghjere ti Mestru Carmelu Capozza, (ca si chiamava Frangesca Carafa, zia ti quiru Giuliu Carafa, maritu ti Ratodda ti lu furnu) chiamò cincu se’ femmene e li mittiu tutti a fatià ‘ntra la putea.

Edda ormai tineva l’esperienza di tant’anni ca era vistu fatià lu maritu e sapeva diriggere bona li ‘iutànti sua e li màschili cchiù viecchj scèvunu a Tarantu cu lu travinu e scè pigghjàvunu lu ligname e lu purtàvunu a San Giorgi.

Di tannu ‘sta cristiana cussì attiva la chiamàrnu tutti “Mestra Chicchina” .

Nu titulu ca li spittava di dirittu!

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Grazie a te, Donna

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GRAZIE a te, DONNA

Grazie a te, donna- madre,
che ti fai grembo dell’essere umano
nella gioia e nel travaglio di un’esperienza unica,
che ti rende sorriso di Dio
per il bimbo che viene alla Luce.

Grazie a te, donna-sposa,
che unisci il tuo destino
irrevocabilmente,
a quello di un uomo,
in un rapporto di reciproco dono
a servizio della comunione e della Vita.

Grazie a te, donna-lavoratrice,
impegnata in tutti gli ambiti
della vita sociale,
Grazie a te, donna- figlia e donna –sorella
che porti nel nucleo familiare
la ricchezza della tua sensibilità.

Grazie a te, donna –consacrata,
che sull’esempio della più grande delle donne,
Maria, ti apri con docilità e fedeltà all’amore di Dio.

Grazie a te, donna,
per il fatto stesso che sei donna!
Con la percezione che è propria della tua femminilità
tu arricchisci la comprensione del mondo
e contribuisci con tuo “genio femminile”
alla piena verità dei rapporti umani.

Lettera di Giovanni Paolo II – Alle Donne

 

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Simbiosi

 

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SIMBIOSI

ora che il rovo mi appare

in tutta la sua acredine pungente

e miraggi d’agosto irragiungibili

sono le rosse bacche del peccato,

sopra questa bocca di biancospino

dalla amara magnetica bellezza,

tramonta ogni sera , dietro colline

di speranze recidive, l’astro assurdo del sogno .

vissi senza vivere, ad antichi retaggi precettata,

la libertà condizionata dalla consegna mestruale,

da un visto paterno, o da quello maritale.

la rossa melagrana ebbra di sole

poco alla volta fu sfrattata

dal suo tenero sito di carne,

e conobbe prigionie che mani samaritane

non seppero spezzare.

troppi sogni mi gridano dentro

come bimbi abortiti, e senza mani,

ed io che muoio un pò alla volta

ad ogni sogno nottetempo sotterrato .

quando mi renderai giustizia, vita mia,

quando potrò rinascere nel sole,

con altro destino e altro nome,

e un giorno lunghissimo da vivere

per riscattare questa lunga sera,

dove ho vissuto come prigioniera.

La poesia è dedicata alla poetessa Amelia Rosselli. Amelia nasce nel 1930 a Parigi, da Carlo Rosselli, esule antifascista, assassinato nel ‘ 37 come suo fratello Nello, e da madre inglese: dunque infanzia e adolescenza trascorse in Francia, Inghilterra e Stati Uniti. Non e’ un mero rilievo di cosmopolitismo forzoso, ma la constatazione di un fatto che si rispecchia nella lingua, nella scelta della lingua poetica: Amelia Rosselli puo’ scrivere indifferentemente in italiano, in francese e in inglese (Sleep, poesie in inglese e’ il documento di questa capacita’ ). Trovarsi a questo crocicchio linguistico in qualche modo ha liberato la Rosselli dall’ obbligo (quando non sia un impaccio o un incubo) di riconoscersi per forza una lingua madre: difatti non e’ semplicemente l’ italiano che la Rosselli impiega nelle sue raccolte, ma un linguaggio particolare, insieme libero e coatto, che piu’ che appartenerle appartiene soprattutto a se stesso. Forse la definizione della Rosselli piu’ calzante in profondita’ l’ ha data Pier Vincenzo Mengaldo: nella sua poesia si realizza una spinta alla riduzione assoluta della lingua della poesia a lingua del privato. Se si volesse condensare brutalmente, si potrebbe dire che la poesia della Rosselli e’ continuamente una poesia d’ amore, ossia un amore che si presenta come il terribile, giacche’ non ha luogo in cui apparire od annientarsi.

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Donna del Sud

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Donna del Sud

Il vento del sud
compone sinfonie
con invisibili mani.

Il filo d’erba precoce,
stretto tra le labbra,
improvvisa madrigali.

Rivela gestazioni
di mirto e spigo
la spoglia campagna
avvolta ancora
dalla nube invernale.

Si schiudono papaveri
sul tuo corpo di terra
all’eco di un passo amico.

Il solo che sappia
anticipare primavere.

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Rose per te…

 

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