L’Identità (27 anni e non sentirli)

FOGLIE

L’Identità

Fruscìo
d’autunno
che avanza,
indossa abiti di porpora,
avanza con passo cauto,
sul tappeto di foglie
accartocciate.
Si ode un lamento
appena accennato
di una foglia ancora verde,
che, tenace, insegue
con occhi di clorofilla
il volo alto e libero
di un gabbiano
verso il regale ponente.

E mi chiedo
ch’io sia.

foglia verde caduta
dal ramo,
o gabbiano,
alto, verso il sole?

1/12/1990

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Il debito della Vita

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Oggi, 30 Novembre 1997, primo giorno d’Avvento, un avvento che sento lontano, sono lontana da me mille anni luce, sono lontana dal varcare la soglia del terzo millennio, chiusa come sono in un bozzolo di nebbia interiore e d’ombra esteriore.
30 Novembre, come suona lungo e greve questo giorno, l’ultimo di un lunghissimo mese durante il quale mia madre ha avuto fortissime manifestazioni di arteriosclerosi. Il fatto ci ha colti di sorpresa tutti; me, mia sorella, mio marito, i miei figli. Tutti.
E’ difficile fronteggiare questa condizione di mamma. Tenere testa alla sua dissociazione, al suo Smarrimento, alla sua alterazione della realtà spazio-temporale.
Questo mese lunghissimo e doloroso l’ho vissuto anch’io fuori di me,
l’ho vissuto come spettatrice ed interprete.
 
Un mese, una situazione che il mio subconscio sembra allontanare dal sé pensante e vivente.
Siamo al 30 Novembre, Domenica, primo giorno d’Avvento, e la scala da salire sembra allungarsi all’infinito, la strada da percorrere si aggiunge ad altra strada e la strada è inframmezzata da tunnel tenebrosi che non lasciano intravedere sbocchi di luce a breve termine.
Non ho vissuto questo mese nella mia realtà personale, ma come se io e mia madre fossimo un’unica persona, io e lei in un’osmosi inesplicabile, in una unità ancora placentare.
 
Questo mese l’ho saltato. E’ stato come se avessi avuto il potere di librarmi in volo su un ponte di tempo. Al di là dei miei giorni; come se mi fossi ibernata, addormentata, mentre il tempo, i giorni, le ore, i minuti di questo mese mi avessero risparmiato ogni dolore, ogni giorno, ogni notte; le tremende notti passate al fianco di mia madre, nel letto di mia madre. Mi sono state risparmiate le sue allocuzioni notturne, astratte, assurde, incomprensibili.
 
Mi è stato risparmiato il suono della sua voce, che tocca altezze impensate.
Mi è stato risparmiato il suo verso monotono, il suo lamento, che fa parte di un suo rituale del sonno
che fa addormentare lei e fa impazzire me, e che allontana dai miei occhi quel sonno tanto atteso. Atteso quale misterioso e silenzioso liberatore, quale angelo che viene a spezzare invisibili catene; sonno come l’Angelo di Daniele, l’Angelo di San Pietro. L’Angelo consolatore che non viene ancora.
 
Ma ecco, quando finalmente viene e le pupille sembrano farsi di granito, un gemito, un fiato, un lamento lo infrange, lo sbriciola, lo dissolve in polvere di sabbia. Ora bisogna ricominciare tutto daccapo.
 
Ritentare di riannodare le fila di un discorso interrotto. L’orologio digitale sul comodino è l’unico strumento lucido e razionale. Non c’è verso che sgarri di un minuto.
 
Scorre imperturbabile contro ogni mio desiderio. In fondo, non so’ più se desidero che esso vada più svelto o rallenti la sua corsa per darmi un ultima possibilità di riallacciare quel filo di sonno perduto,
di tempo perduto, di sonno perduto, di vita perduta inesorabilmente.
 
Sembra quasi che il debito della vita che debbo a mia madre io lo stia pagando in rapporto di 100 a 1’000’000. Discorsi vacui, da sonnambula, ne sono certa, o forse, ecco il dubbio mi assale violentemente, senza nessuna ragione apparente o di rapporto credito/debito, forse proprio questo mio
tempo, questi miei giorni, queste notti, questi attimi vissuti accanto a mia madre rappresentano l’unico tempo vissuto pienamente?
 
Sia il solo che abbia avuto valore? Sia il solo, come dice Hesse, che sia stato capace di imprimere nella mia vita un solco, una traccia, una memoria tanto “pesante“ che nessun altro tempo, mai, potrà cancellare dalla mia vita e tutti gli altri eventi, avvenimenti, che verranno, se verranno mai per me giorni lieti e leggeri, vissuti o soltanto sognati, anelati con grande nostalgia spirituale, potranno scalfire il ricordo, la via crucis dolorosa che dura da
otto anni di questo immobile tempo.
 
Ero come un albero in fiore dieci anni fa, ora mi sento spogliata di ogni diritto personale, di ogni capacità di autonomia, di ogni libertà. Ogni diritto e’ stato sacrificato sull’altare del dovere.
 
Quell’albero in fiore ora appare, anche suo malgrado, agli occhi di tutti come un tronco spoglio di tutte le sue attrattive. Senza più rami, foglie, gemme, fiori e frutti. Senza più alcuna bellezza. Sento nel mio corpo tutto il peso dell’età di mia madre.
Sento in me tutte le limitazioni fisiche dei suoi 85 anni.
Il suo esile corpo e’ pervaso da una autorità, da una forza interiore che sconcerta a qualche volta lascia ammirati.
Lei risorge sempre dalle sue ceneri, come l’araba fenice, ed ora che la veemenza senile sembra accrescere la sua energia, noi tutti, suoi sudditi, giriamo vorticosamente come trottole ad ogni suo comando.
 
Quando, raramente, viene colta da attacchi di insperata dolcezza e premura materna, questo basta per garantirsi il nostro incrollabile amore e la nostra dedizione filiale, messa a dura prova.
 
Talvolta mi appare in tutta la sua vulnerabilità, ridotta ad ossa e pelle ed occhi. Occhi grandi, vivaci, penetranti, irati, sorridenti. Ci tiene tutti in pugno. In quel suo pugno ridotto a scheletro, dove le nocche delle dita sono sporgenti e bianche, dove si possono vedere tutte le ramificazioni venose ed arteriose.
 
Mani che un tempo hanno lavorato, fatto bucati, impastato pane, raccolto il grano, tagliato grappoli d’uva, cucito abitini, rammendato calzini. Ed ora io sto a misurare il mio tempo, il mio lavoro.
 
Inevitabilmente sono paragoni che non reggono, non possono reggere il confronto, non posso valutare obiettivamente. Adesso il mio discorso sarebbe troppo di parte. Il debito della vita ricevuta non si estingue mai.
Guardo mia madre e per effetto speculare vedo me, vecchia e bisognosa di cure, di premure, di assistenza, di affetto filiale. Ed e’ inevitabile la domanda che sale dai bordi del cuore: “quando il mio Tempo verrà, chi mi sarà vicino a stringermi le mani?”
 
A vivere con me e per me la sua Storia D’amore?
 
 
 
Post scriptum: mia madre è vissuta 92 anni. Ho varcato con lei il terzo millennio e ne ho condiviso due anni. ero sola con lei, quando ho raccolto il suo ultimo respiro. Mi lasciò il 4 aprile del 2002. era un venerdi, alle ore 17, 56. Si addormentò come un passerotto, senza dirmi una parola di addio.
 
 
 
Anna Marinelli
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I bimbi e il dialetto

 

 

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Un cuore per Natale

 

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Per accoglierti, mio Signore,
voglio avere un cuore tricolore,
Verde come la Speranza,
Bianco come l’Innocenza,
Rosso come l’Amore!
🎄🎄🎄🎄🎄
Tesserò fasce di pensieri sublimi,
che ti avvolgano stretto,
come se fossero lini…
🎄🎄🎄🎄🎄
Ti pregherò per i bimbi lontani
che non hanno nessuno,
che stringa loro le mani….
mentre ti aspettano tutte le genti,
vieni e porta la pace nelle terre gementi
🎄🎄🎄🎄🎄
e poi sazia ogni fame,
ogni lacrima tergi
di armonia e di luce
questo mondo sommergi!

🎄🎄🎄🎄🎄🎄

 

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ah! uelì comu si ccogghjnu l’alie

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Ah uelì, comu si ccogghjnu l’alie

E si ccogghjnu a unu a unu

pi dispettu ti lu patrunu.!

E si ccogghjnu a unu a unu

pi dispettu ti lu patrunu

 

A uelì comu si ccogghinu l’alie

E si ccogghjnu a quattru a quattru

Allu patrunu lu cori li skatta!

E si ccogghjnu a quattru a quattru

Allu patrunu lu cori li skatta

 

A uelì comu si ccogghinu l’alie

E li vivi ntra llu panaru e

Li  muerti  ntra lu sunale!

E li vivi ntra llu panaru e

Li  muerti  ntra lu sunale

 

Ah uelì, è fatiatrice la bella mia

E ste ccogghj la rimonna

Pare totta nna matonna!

 

E ste ccogghj la rimonna

Pare totta nna matonna

 

Ah uelì, è fatiatore lu bbene mia

ste luntanu e si ni more

quanta suspiri  faci stu core!

ste luntanu e si ni more

quanta suspiri  faci stu core!

divisorio autunno

CANTO POPOLARE DELLE RACCOGLITRICI DI OLIVE NEL BASSO SALENTO, RIVEDUTO E AMPLIATO DA ME IN OCCASIONE DELLA PERFORMANCE ” UN POPOLO E IL SUO SANTO” DI QUALCHE ANNO FA.

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Il profumo della libertà

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IL PROFUMO DELLA LIBERTA’

 

Era una mattina di fine settembre. Sentii il citofono suonare e, abbottonandomi la vestaglietta, mugugnando, andai a rispondere.

Chi  è? – chiesi, malcelando una nota di fastidio.  Per tutta risposta, cogliendomi del tutto impreparata, odo una voce infantile mormorare parole incomprensibili. Con un gesto meccanico però, premetti il pulsante per l’apertura del portone  d’ingresso, ed eccomi davanti un ragazzetto, che ad un esame iniziale mi parve avere all’incirca dieci o dodici anni.  – Sono fregata – pensai tra me e me, – mi stà bene, così  imparerò finalmente a non aprire a nessuno, se non alle persone di cui conosco  perfettamente l’identità.

Nel mentre si affaccendavano nella mia mente tutti questi pensieri, mi avvedevo, contemporaneamente, che il ragazzino era del tutto indifeso, non brandiva coltelli, non mi aveva  aggredita, era, anzi, piuttosto timido e di aspetto dimesso.

Un povero albanesino – pensai allora, rincuorandomi delle inutili preoccupazioni di pocanzi.

In effetti, era uno dei tanti bambini ridotti ad elemosinare per i più  disparati motivi. Primo fra tutti quello della sopravvivenza.

Il sentimento materno prima, e cristiano poi, o ambedue insieme, mi spinsero a rivolgermi  a lui con fare materno e indulgente.

Lui, il piccolo  accattone, stese subito la mano in un gesto ormai  logoro e indolore.

Si – gli dissi subito -ancor prima che aprisse bocca-  ti darò qualcosa – e lui per tutta risposta, con un idioma che a prima vista mi parve italiano :

Cinque euro, prego! –

E no!, questo era troppo, non solo gli avevo aperto senza chiedere nemmeno chi fosse, ora mi chiede anche la “tangente”, pensai un tantino irretita da tanta impudenza, usando a sproposito un vocabolo tanto in voga nei tempi di “mani pulite.”

Gli dissi allora cortesemente di attendere lì, sulle scale, e di non muoversi, dovendo allontanarmi un tantino per prendere qualche spicciolo dal portamonete.

Altro che CINQUE euro – pensavo, intanto che rovistavo nel portamonete, nella borsa e nelle tasche della giacca appesa  nell’ingresso, – neanche un centesimo mi trovo tra le mani, altro che cinque euro. –

 

Ma ecco, che accartocciata in uno scontrino della spesa trovo una banconota da10euro.Sollevata, dal non dover fare una magra figura, col mio sorriso più bello e materno, raggiungo il portone, che solo qualche gradino separa dall’ingresso dell’abitazione vera e propria.

Il piccolo, però, mi sorprese ancora una volta chiedendomi a bruciapelo:

” Non hai un profumo per la mia sorella?”

Ah! Questa  sì che è bella, – pensai, – non ho mai visto una cosa  del genere, il signorino vuole  un  profumo.

E lui quasi a rafforzare la sua inusitata richiesta continuò incalzante: ” Un profumo, un profumo di quelli che fa fssss…¯    e così dicendo imitava il rumore prodotto da un erogatore,  cioè un profumo o un deodorante spray, tanto usati da noi e tanto reclamizzati in tivvù—.

” Un profumo, un profumo per la mia sorella”

ripetè ancora  con più determinazione il piccolo accattone.

Mi trovavo in una situazione a dir poco “anomala” e  bisognava che la risolvessi quanto più rapidamente possibile,  per cui decisi di regalare a quel piccolo mendicante quella confezione di cipria profumatissima, la cui fragranza mi era  insopportabile.

Detto fatto.

Raccomandai al mio improvviso “ospite” di non muoversi, e ritornai in casa a prendere la confezione di cipria profumata.

Felice come una pasqua,  ridiscesi con il mio regalo.

Lui me lo prende dalle mani con una voracità  e un interesse tali da turbarmi un po’.

Gli  feci  vedere però come funzionava, infatti,  si trattava di una confezione cilindrica, con dei forellini a stella e un piccolo dispositivo da far ruotare per aprirli e chiuderli ogni  qualvolta se ne volesse far cadere una piccola quantità.

Come uno scolaro che subito apprende la lezione, fece  ruotare il dischetto protettivo e si versò sulle mani un pò  di polvere e se ne cosparse il viso sporco, e al momento, un  piccolo sorriso apparso improvvisamente nei miei occhi,  servì a sdrammatizzare una situazione che volgeva nel patetico. Subito tornò alla carica:

 

 

” Ma io volevo un profumo, quanto costa un profumo? ”

Al chè armata di santa pazienza, gli rispondo che con i soldi che avrebbe raccolto dalla, si fa per dire, “questua” poteva acquistare un deodorante spray in un qualsiasi supermercato.

Il mio suggerimento gli piacque subito, ma la parola  DEODORANTE SPRAY era difficile da ritenere a mente, perciò mi chiese se potevo scriverlo su un foglietto di carta.

Acconsentii. Risalii le scale per prendere l’occorrente per scrivere la parola DEODORANTE SPRAY. Questa volta però lui mi segue, non avendo fatto in tempo ad intimargli di non salire, presa  com’ero dal voler liquidare  la faccenda quanto prima.

Intanto si faceva largo nel mio cuore un sentimento di improvvisa tenerezza  e di materna  attenzione per questo singolare ragazzino.
 
Mi chiedevo cosa potessi regalargli ancora.
 
Certamente ciò che rappresentava una piccola cosa per me, sarebbe stata una magnifica cosa per lui. Prendo un foglietto di carta dalla consolle dell’ingresso dove conservo sempre un blocchetto di fogli per gli appunti telefonici e scrivo la parola.
 
Piego il foglio e mi accingo  a darglielo e in questo preciso momento mio marito esce dal bagno incuriosito di quanto stava avvenendo in  casa.
 
La porta del bagno, lasciata socchiusa, mi suggerisce di trovare tra i tanti prodotti per l’igiene personale, le varie bottigliette di profumo femminile, dopobarba maschili, shampoo e bagnoschiuma, deodoranti e saponette, qualcosa da potergli donare.
 
Intanto, mio marito mi guardava sempre più sbigottito e divertito al contempo.
 
Entro nel bagno, prendo una borsina di plastica e ci metto dentro un dentifricio.  Lui subito lo guarda cacciando la sua testa spettinata nella borsa, prende il dentifricio , e fà : E’ per me?  Cos’è questo?  Profumo?
 
No, gli rispondo, ormai definitivamente disarmata, questo è un dentifricio,
 
serve per pulirsi i denti, vedi…, anzi farò di più
 
ti darò anche questo piccolo spazzolino  che avevo comprato per la mia nipotina.
 
Una gioia inedita balenò nei suoi occhi.
 
 
 
Subito ribattè:- Quanti anni ha la tua nipotina?
 
Tre anni – gli rispondo. E lui:
 
Così a tre anni già si lava i denti la tua nipotina?
 
disse manifestando curiosità mista ad invidia.
 
Si – gli risposi. L’ha usato pochissimo però, puoi tenerlo tu, se vuoi.
 
Altrochè. Fu un tutt’uno. Svitò il tappo del dentifricio, lavò accuratamente lo spazzolino sotto il rubinetto, lo cosparse di dentifricio e come se non vi fosse nulla di strano  si lavò i denti con una specie di delirio. Così, almeno, parve ai miei occhi.
 
Intanto che gli permettevo di fare una così esaltante esperienza, avevo preso dall’armadietto del bagno un deodorante, una bottiglietta di shampoo, alcune saponette e numerose salviettine umidificate.
 
     Felice di poter a mia volta rendere felice quel bambino straordinario gli       consegnai il bottino.
 
Lui lo prese tra le sue mani sporche e volle che gli spiegassi l’uso di ogni prodotto nel mentre il telefono squillò.
 
Dovevo rispondere, congedare il bambino o trattenerlo ancora… Decisioni che al momento mi parvero più importanti.  Lo accompagno frettolosamente alla porta e mentre gli apro il portone di casa trovo finalmente il tempo di chiedergli, come si chiamasse:
 
– Jako, sono slavo – Mi rispose, con un sorriso che mi parve radioso.
 
Poi uscì dalla mia casa stringendo gelosamente tra le mani la sua borsa piena di profumo. Profumo che per lui doveva essere prezioso .
 
Come quello della Libertà.

 

A Marinelli

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Nvièrnu

 

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Come la rosa

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Come la rosa

così la tua Vita, Alda
si espolia di tutte le passioni
che l’hanno vestita di carne,
resta a noi un tappeto di versi
sul quale deporre un fiore per te
spogliata da ogni affanno,
da ogni pena, ora voli alta
ai confini del mondo
dove ogni follia
si copre d’ innocenza..
vai…cammina su passerelle di nuvole
e bianchi destrieri s’inginocchino davanti
a te…cavalca libera… agita verso di noi
la tua leggera mano
che solo arma di poesia impugnò
e ti rese libera
come aquila che svetta
sui crinali della illimitata fantasia.
Ti chiudo le palpebre con un sorriso…
l’ultimo che posso offrirti,
amica mia, Alda

 

 

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Torneremo alla terra

Opera di Anna Amendolito*2010-04-14 Mostra anna amendolito-IMG_7076.JPG

TORNEREMO ALLA TERRA

Se pure fummo vivi un giorno...( Quasimodo)

 

 

Torneremo alla terra

che di carne

ci generò,

frutti palpitanti

al ramo della vita.

 

Torneremo come naufraghi

dai flutti spinti

a riva.

Torneremo alla noria materna,

ciottoli,

oltre il greto sospinti.

 

Perduto ogni umano talento,

spogli, indifesi,

come bambini

torneremo alla terra

che poco più avanti

rifiorisce gli oleandri.

 

 

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mendicante d’azzurro

AZZazzu

 

Non darti pensiero per me,
sarà questa assurda nostalgia di sole
che mi prende a settembre
mese in bilico tra voli a raso terra
e desiderio di essere aquila.
Mi dibatto
come allodola ancora viva nel carniere
ferita, azzoppata, bisognosa di cure e di calore.
Sono giorni umidi
e mi fanno vaneggiare di sabbie e di scogliere
che oggi più che mai sento lontane.

Lontane sono le rondini
nunzie di agognate primavere.
E questo cuore naufrago
attraccato a moli sgretolati
avverte sensazioni
di vuoto sotto i piedi.

Il cielo si nasconde ai miei occhi
sotto un alibi di nuvole
e sento la carezza bagnata dell’autunno
che avanza con andatura greve,
mendicante d’azzurro.

14/9/2008

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