Calle

2009-04-28 FIORI, GIGLI, CALLE-calle tra le fiamme2012-04-19 FIORI - CALLE-IMG_3563.JPG

CALLE

Calice di ambrosia per creature assetate di luce…

accosterò le mie labbra a questa fonte di setoso candore…

ch’io ne beva fino ad inebriarmi di Dio!

L’indice dorato di Dio, mi indica il sentiero della luce…

ch’io mi imbarchi in questo viaggio

senza una meta, senza bagaglio, senza commiato..

priva del peso della mia stessa umanità.

Leggera mi libro, volo senza ali, se tu mi accogli.. Signore della Vita…

Ma oggi, per il tuo amore, fammi vivere…

volti che attendono carezze

e lacrime da asciugare mi attendono…

 

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Autunno, stagione a me sì cara

 

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Autunno, stagione a me sì cara,

Tavolozze di colori ti offre questa malinconica stagione,

che s’apre un varco tra le nebbie mattutine

che si prodiga di riempirti ceste di sapori

asprigni e dolci di uva fragolina.

Cenerentola tra tutte le stagioni

tu allieti la mensa coi primi mandarini

che a ruba sono gustati dai grandi e dai piccini

che le portano prima alle curiose narici

e poi ad allietare le gole malandrine.

Sei prodiga di doni, stagione a me sì cara,

nella tua gerla sempre riservi meraviglie,

persino raggi tiepidi di sole

nei giorni dominati da piogge novembrine.

Non ti fummo mai grati abbastanza

dei tuoi prodighi doni, dei colori e dei profumi

che emanano le mele ed i cotogni

e delle lucenti castagne

prima che il vivido fuoco

le trasformi in rose

aperte come sbocciate al sole dell’aprile.

 

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Fuoco di memorie

fuoco

UN FUOCO DI MEMORIE

 

 

Il primo vagito della sera
si annuncia,
-fiocco rosso all’orizzonte-

Trapunta di stelle.
Guanciale di nuvola.
Carillon di vento.

Vacilla il giorno
e si rammenta appena
il suo passaggio.

Sospiro di poeta, la luna,
soffia fiati di luce
sui muretti imbiancati
di calcina.

Gomitolo d’argento
tesserò con il tuo filo
una fascia a trama stretta
perché i sogni
non fuggano lontano.

Se un brivido di gelo
pervaderà la notte,
ti scalderò a un fuoco di memorie.

Che tu non abbia freddo,
anima mia.

 

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Angeli senza ali

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O Dio, mio Dio,

Ti prego per gli angeli custodi,

quelli  di carne  ossa  e lacrime,

quelli che non hanno le ali

ma che invisibili ceppi d’amore

trattengono accanto ai capezzali.

 

O Dio, mio Dio,

Ti prego per questi Tuoi figli

pronti a donare un sorriso

ad imboccare un labbro tremante,

ad asciugare una lacrima non voluta.

o troppe volte taciuta.

 

O Dio, mio Dio,

per questi angeli  si leva in alto

la mia preghiera,

per coloro che pur senza ali

leggeri  si aggirano

di giorno, di notte,

fra le bianche corsie degli ospedali.

 

Sono lì nella famiglia dove riposa

inerme un padre stanco,

nella casa dove si mormora,

per morire, una preghiera,

per non essere di peso per nessuno,

per quell’angelo di figlia

che per amore ha rinunciato

a formarsi una famiglia.

 

O Dio, mio Dio,

Ti prego per gli angeli custodi,

quelli non iscritti fra i Cori e i Serafini

ma silenziosi si aggirano

fra i più diseredati,

e per aver le ali

non sono accreditati.

 

Per essi  questa sera

T’innalzo una preghiera

per gli angeli custodi

che non hanno una divisa,

che non hanno una bandiera,

 

Ti prego o Dio, mio Dio,

per la grande Tua giustizia

per la grande Tua bontà

di riservare a loro nel Tuo Ciel l’eredità.

 

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  HO AMATO IL SOLE

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E’ vero, lo confesso,

ho amato il sole.

Genuflessa dinanzi

ai suoi magnifici

ginocchi, l’ho adorato.

Ho atteso la sua nascita

nella culla del mattino,

ho spiato del sole

ogni gesto di bambino.

L’ho seguito

mentre con piedi giovani

attraversava viette di paese,

quando si arrampicava

sulle guglie d’immense

cattedrali.

Come si ama un dio,  l’ho amato.

Ho bruciato incenso

su ogni sasso avvampato dalla sua  luce,

quando, superbo orifiamma,

splendeva nell’acquario celeste.

L’ho seguito nei meriggi

tramortiti dalle sue frecce

oblique.   L’ho amato al crepuscolo

quando  s’imbarcava a ponente,

alla fine del giorno,

per il suo viaggio d’amante

dall’eterno ritorno.

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Dolore liquefatto

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Lacrima, dolore liquefatto,

dolore che coagula sul volto

come rovo che ti strappa le carni.

Dolore, assenzio che si deve ingoiare.

Sulle labbra tumefatte

si depone tuo malgrado

come nebbia impalpabile.

Non ti puoi leccare le ferite,

non c’è conforto,

non c’è mano samaritana che si tende

per tergerti le lacrime,

quelle amare, che ti lasciano solchi

sul viso, che ti segnano come lama d’aratro.

Ma ricordati,  c’è sempre una speranza

riposta nelle stive dell’anima tua,

che ti fa credere e sperare

che tu possa ritornare a vivere,

a sorridere, ad amare, a sognare

debellando tutte le lacrime,

le passate, le presenti, le future,

perché hai dentro di te la quercia della vita.

Quell’albero secolare che s’inargenta,

che si espande, s’ingigantisce,

generando in te il prodigio della Poesia.

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Racemi d’anima

racemi

 

Vengo da te, di notte

come una ladra dal passo felpato,

vengo alle tue vigne di nuvole e rondini…

Passo da  te di notte

nel dormiveglia della città.

 

Aggrappata all’areopago della luna di Ottobre.

Quella sempre gravida di luce e follia.

Quella pagnotta di luce e sogni.

 

Vengo da te di giorno

quando le meridiane sonnecchiano

d’intonaco e rose.

 

Vengo da te. Furtiva!

A spigolare acini di uvaspina, a rubarti…

racemi d’anima…

 

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Barchette di carta

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barchette

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Barchette di carta

 

Barchette di carta sono le nostre vite

sospinte da ogni alito di vento che le smuove.

Fragile involucro di carne, che presto

marcisce, perdendo il  suo lucore.

Traghetti di finta gioia,

trascorriamo in affanno le nostre ore,

i nostri anni sono poco più di un soffio

e lì, dove ardeva la vita e l’amore,

in quel pugno di cenere che resta,

non palpita più il muscolo del cuore.

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Alba

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Le tendevo un agguato di sguardi
La spiavo
mentre squarciava
la placenta della notte, con astuzia
l’ho circondata con una rete a trama stretta.
Come sentinella sul torrione di un maniero,
come pescatore dalla fiocina innescata.
Ti ho scorta mentre trafiggevi nuvole assonnate
Mentre le vestivi di luce diamantina.
Ti ho adorata sul tuo carro regale.
Ho steso drappi di sospiri
al tuo passare.

 

Da poesie ritrovate

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Lettera ad Eligio alla vigilia della sua ordinazione sacerdotale

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Amici, nel 25esimo anniversario dell’ordinazione sacerdotale di don Filippo Urso, don Davide Colella, don Cosimo Rodia e don Eligio Grimaldi oggi festeggiati da tutta la comunità Parrocchiale, sotto l’egida della nostra venerata Madonna del Popolo, ho pensato di riproporre la lettera che scrissi 25 anni fa per don Eligio Grimaldi.

LETTERA AD ELIGIO ALLA VIGILIA DELLA SUA ORDINAZIONE SACERDOTALE.

CARISSIMO ELIGIO,


Siamo finalmente alla vigilia del grande giorno, della grande promessa, della grande investitura.

Se fossi la fortunata madre di un tale figlio, stasera, sul tardi, verrei a sedermi sulla sponda del tuo letto e comincerei a parlarti, piano piano, per non disturbare il tuo raccoglimento, piano per non apparire indiscreta, cercando le parole più adatte e raccogliendo tutto il mio coraggio.

E’ vero, talvolta ad una madre costa fatica parlare al proprio figlio, specie alla vigilia di un giorno determinante, quale potrebbe essere la vigilia delle nozze, o come nel tuo caso, la sera prima della tua ordinazione sacerdotale.

Se fossi tua madre, dicevo, e per un attimo pensami come una madre, la tua, che in questa notte straordinariamente importante viene a parlarti.
Lei ti direbbe “Coraggio, figlio mio, sappi che la strada è lunga e difficile, e il cammino pieno di rinunce, di ostacoli, e talora di solitudine”.

A te più degli altri mancheranno delle braccia materne tra le quali rifugiarti, quando il fisico sarà fiaccato dalla stanchezza, quando avrai bisogno di un sorriso sereno e familiare per proseguire la tua missione. E quando tutto questo ti mancherà non potrai che ricorrere a Lei, la Madre per eccellenza divina, la Madre di tutti gli orfani, la Madre del Sommo Sacerdote e per questo Madre di tutti i Sacerdoti.
Vera Madre tua, di Filippo, di Davide e di Cosimino.

E quando le tentazioni delle cose del mondo cercheranno di ghermire la tua anima, ricordati, ricordalo sempre, Eligio, sia questo il tuo pensiero dominante, e cioè che tu Sei Sacerdote in Eterno, alla maniera di Melchisedek.

Non ci può essere carica umana superiore a questa.
I principi di questo mondo sono nulla al tuo confronto perché a te è stato affidato un sublime compito, quello di rinnovare e perpetuare il Sacrificio Eucaristico, sull’altare; quello di diffondere la parola salvifica di Dio a coloro che ancora non la conoscono, impartire i Sacramenti, rimettere i peccati, confessare i morenti.

Ti prego, ti raccomando, mio carissimo Eligio, preparati con dovizia l’omelia, non essere prolisso, ma efficace e fervido per produrre beneficio e salvezza nelle anime che ti ascoltano.
Partecipa e celebra il Sacrificio Eucaristico con intenso raccoglimento e che non divenga mai, per te, una pia pratica ripetitiva e insignificante.
Dedica tutto il tuo tempo alla salvezza delle anime.
Non dire mai “Non ho tempo” a chi ti avvicina per un consiglio e non trascurare il Confessionale.

Molte anime sono assetate di Confessori e prega lo Spirito Santo ogni qual volta ti accingi a confessare affinché sappia consigliarti nel giudizio e arricchirti di carità e di perdono.
Ama tutti e nessuno in particolare, non attaccarti alle cose di questo mondo ma sappi godere delle gioie semplici della vita quotidiana.

Non lasciarti prendere dal demone della grandezza umana, non accumulare tesori, di tutto rendi sempre grazie al nostro Padre celeste e alla nostra Diletta Madre Maria, Consacra la tua vita sacerdotale alla Madonna del Popolo sotto la cui Egida inizia la tua missione di prescelto.

Docile e sottomesso ai comandi della Chiesa, conserva sempre nel tuo cuore un vivo sentimento di grata figliolanza verso coloro che hanno favorito e coltivato la tua vocazione, fino alla soglia di questo indimenticabile giorno .

Sii sempre ordinatamente sobrio, come avrebbe voluto la tua mamma.
Lei, per un attimo, stasera ha voluto parlarti attraverso le mie sincere parole.
Ne sono certa.
E col cuore di madre ti benedico e ti affido a Maria e a Gesù.

SAN GIORGIO JONICO. 9/9/1992

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