Abbracciami

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Abbracciami
Quando non trovi le parole per riparare all’ offesa.
Abbracciami, quando vorresti cancellare una dimenticanza
che sulla coscienza ti pesa, abbracciami.
Quando vorresti narrarmi di cose da tempo avvenute,
sepolte nel limbo del cuore e non trovi né tempo né parole,
senza parlare, tu, abbracciami.
Quando mi vedi piangente
ed evito tutti gli sguardi,
gli occhi curiosi della gente,
pietosa tu guarda più in fondo e
abbracciami, abbracciami a lungo,
fino a sentire i sussulti muti del mio petto
che s’infrangono contro il petto tuo.
Quando sorrido felice e non ne conosci il motivo,
tu senza chiedermi niente, vieni un po’, un po’ più vicino,
sorridi anche tu e abbracciami,
abbracciami forte,
nell’universo siamo soli io e te,
capirai solo allora perché.

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Le scale di Montale e le mie…

 

 

 

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, né più mi occorrono

le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede.

 

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue.

 

 

 

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Nell’incavo del cielo

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Ci coaguliamo
grumi di tempo e di spazio
nelle pianure sconfinate
dei deserti individuali
mentre vorremmo perire
alla deriva di un sogno
quello che ci vede mendicare
briciole di sorrisi
quel sogno aguzzino del vivere
quello che ci è culla e bara
quello che ci irride e seduce
quello che si beffa
delle nostre lacrime
e le tramuta in perle
e ci fa descrivere l’inesprimibile
intingendo pennini
nell’incavo del cielo.

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Nello splendore del tramonto

 

 

Nello splendore del tramonto

mi appari radioso,

le vetuste facciate rinnovi

con parvenza di tessuti nuovi,

Alcuni lampioni

come giovani leoni, sfoderano

la loro svettante bandiera.

Occhio d’amante, il mio, ogni cosa

rapisce. Come in un album di foto

ogni scampolo di luce custodisce.

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L’ultimo angelo del Corteo

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L’ultimo angelo del corteo

 

Accadde il primo venerdì di febbraio del duemilatredici.

Avevo prelevato dal tabernacolo della piccola Cappella del Santo Rosario le 6 particole eucaristiche da portare presso le case degli ammalati a me destinati.

La Cappella era vuota; infondo una donna sola pregava in silenzio.

Ho preso la chiave della piccola prigione d’amore e profondendomi in una lunga genuflessione ho contato, una, due, tre, quattro, cinque, sei particole. Contavo mentalmente, mentre pregavo ad alta voce e la donna infondo rispondeva alle giaculatorie che solitamente si pregano in questa circostanza. Mi sono bagnata le dita nell’apposito contenitore di vetro, situato al lato del tabernacolo, ho riposto la piccola chiave nel suo solito posto e me ne stavo uscendo.  Certamente a conoscenza di questo rito, la signora è rimasta in piedi fino a quando sono passata oltre da lei.

La prima nonnina che debbo visitare abita a pochi passi dalla nostra chiesa; sono arrivata subito, il tempo di dire alcune volte la preghiera eucaristica che tutti conoscono, ovvero: Sia Lodato e ringraziato ogni momento/il Santissimo Divinissimo Sacramento/.

Marietta ha una badante nuova.  Quando mi vede mi accoglie con un grande sorriso sdentato,  le mani sempre rosse come se avessero fatto da poco un grosso e pesante bucato e sulle labbra la solita preghiera:

” Gesù Cristu mia, fammi stare bona”!

Marietta riceve la santa comunione da soli 2 venerdì e quando sono andata la prima volta ho avuto modo di istruire la badante rumena su come dovrà preparare il tavolo dove, di volta in volta, poserò il Santissimo.

In effetti mi ha fatto trovare tutto ben addobbato, con la candela accesa, mezzo bicchiere di acqua per purificarmi le dita e una figurina del Sacro Cuore di Gesù,  il tutto situato su una dignitosa tovaglietta!

La prima volta, appena entrata, la badante ha continuato a sciacquare il lavello  e io con molta fermezza le ho detto di sospendere ogni attività e di assistere al rito, anche nel caso che lei fosse atea, perché in quel momento era il Nostro Dio in persona che era entrato in quella casa!

Lei capì subito il messaggio rivoltole da parte mia con grande autorevolezza e dolcezza insieme, e smise subito di sfaccendare!

Dopo qualche centinaio di metri giungo alla casa di Rosarietta; Rosarietta è una anziana impedita e talvolta, pur essendo stata avvisata per tempo, non ci fa trovare la porta aperta, poiché essendo quasi sempre sola, non ha nessuno che venga d aprire la porta e la possa accudire. Pochi centinaia di metri più avanti giungo alla casa di Peppina. Una casa linda, splendente, profumata. La signora Peppina quando riceve la comunione si pone in un atteggiamento di adorazione, di fede e di preghiera dello spirito che quasi mi commuove.

Mi apre la porta una figliola, con lo straccio in mano; sta lucidando l’ultimo gingillo della casa e subito  si inoltra nelle altre stanze, senza venire all’incontro del Signore, Gesù Cristo, che sotto le spoglie del pane entra come ospite divino in quella casa, la sua casa. A me si stringe il cuore per tanta indifferenza.

Ma quel giorno successe qualcosa di insolito.

Dopo aver comunicato Peppina e recitato con lei qualche preghiera di ringraziamento, mi avvio da sola alla porta e, mentre sto per richiuderla alle mie spalle, sento una voce infantile che fa “ahi!”. Sorpresa, molto sorpresa e certa che in quella casa non vi erano certo dei bambini mi volgo all’indietro e, con mia somma meraviglia, vedo un piccolo angelo che si teneva tra le manine rosee un piedino nudo come se fosse dolorante, come se avesse avuto un piccolo infortunio, come se gli fosse capitato il piedino nella porta mentre la chiudevo!

Era l’ultimo angelo del corteo che forse si era attardato in quella casa come per dare un’ultima carezza a quell’anima che si era da poco comunicata.

Subito dopo, senza aver tempo di analizzare con la mente ciò che gli occhi avevano visto, o creduto di vedere, scorgo una palla di luce che inglobava il piccolo angelo e lo vedevo sparire davanti ai miei occhi e l’ultima cosa di lui che vidi furono le sue ali che si ripiegarono ed entrarono il quel globo di luce abbagliante.

Ed io, pur avendo le pupille come accecate da quel bagliore, non potei fare a meno di scorgere schiere di Angeli, Arcangeli, Troni e Dominazioni che riempivano tutta la strada, ed era una schiera immensa ed attendevano di seguire la mia povera persona che recava nella teca stretta sul petto il Divinissimo, il Tutto Santo, Gesù Eucarestia!

 

In quel momento ero tabernacolo, ostensorio, ero l’Arca che recava Gesù tra le pareti di quelle case desolate, dove c’erano anime innamorate che Lo attendevano. In quella circostanza prestavo i miei poveri piedi, le mie umili mani di carne allo stesso Gesù, che non disdegnava di servirsi di povere e indegne creature, per recarsi come Dono d’Amore, come Abisso d’Amore a quelle anime abbandonate, a quelle persone che sperano, che pregano, che soffrono, che hanno fede!

Quale fu la mia commozione quando fui consapevole del “miracolo” che si compiva e di cui solo quel giorno ebbi totale e indicibile certezza.

Mi pareva di essere quel sacerdote che porta in processione il “Corpus Domini” con tutti i paramenti sacri che il solenne rito impone, con il baldacchino sorretto dai quattro lati, con la scorta di Autorità civili e militari, e tutto il popolo dei fedeli che canta inni eucaristici, poiché è un onore che al Signore si deve, e Lui  vuole che sia riconosciuto come  nostro Dio, nostro Re, nostro Signore,  nostro Imperatore, nostro Fratello.

Noi, ministri straordinari dell’Eucarestia, dovremmo avere tutti maggiore consapevolezza che dietro le processioni eucaristiche ci sono schiere di Angeli, ci sono Arcangeli e Cherubini, che seguono in adorazione il Dio Vivente, il Dio che si è fatto Uomo, il Dio che si è fatto Pane per saziare la fame d’amore di questa umanità sofferente.

 

Anna Marinelli

 

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Vento, t’invento…

 

 

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Lettera di Frida Kahlo a Diego

 

 

 

 

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Paese immutevole

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Esiste un paese immutevole

la cui storia fu scritta su pagine di pietra

irrorate col sudore dei padri

levigate come lastre di selce

risuonanti dell’eco dei carrettieri.

 

Qui tutto resta al suo posto

senza che l’affanno del mutamento

assilli il discorrere dei vecchi.

In questo luogo si possono scorgere

le anime dei trapassati

rivisitare le proprie abitazioni,

quando i balconi sono serrati

come le pupille dei dormienti.

 

C’è un paese immutevole

dove la rondine torna a fare il nido,

respingendo l’ebbrezza domiciliare

dei grattacieli metropolitani.

 

C’è un paese il cui nome appartiene

al Santo Cavaliere,

che vigila in ronde silenziose

quando i figli più giovani

si attardano negli angoli bui,

cercando le ragioni della vita.

 

 

Egli veglia sul grano e sul vigneto

coprendoli col suo mantello purpureo…

 

C’è un paese immutevole

dove è facile scambiarsi le opinioni

parlando a bassa voce sui poggioli,

quando  i bimbi dormono

immemori di giochi e di paure.

 

Qui c’è ancora un contadino

che parla come un padre al piccolo frumento,

alto quanto la barba di un operaio dell’Acciaieria,

al termine del turno della notte.

 

Le aiuole sono sì senza erba

ma i gerani dei balconi

suppliscono l’indifferenza

dei potestà comunali.

 

Esiste un Paese immutevole

dove il giallo degli ottoni

sulle porte antiche

risplende come un input di sole

sul silenzio che soffoca le risa.

 

Qui c’è ancora una casa

che dilata le sue pareti quando abbraccia,

c’è un cuore che palpita, inviso

alle porte blindate

delle case cittadine.

 

 

 

 

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Anna Marinelli secondo Perona

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E’ un grande onore per me stasera presentare e introdurre una grande artista. Accendere virtualmente un grande faro e indirizzare il suo fascio di luce come se fosse un riflettore puntato sull’autore.

Il riverbero di questo cono luminoso genera una luce calda, vibrante, profonda. Rinvia, come se fosse un flatus vocis, al palcoscenico ed agli attori, alla recitazione, al teatro, ed alla rappresentazione della vita.

Ed è proprio questa luce che ci invita e ci stimola a raggiungere la “Città della gioia“, ed a lasciarci alle spalle la “Città delle ombre“. La sua poesia è melodia, è desiderio di comunicare, è capacità di offrire, anche attraverso la conoscenza del proprio essere, un microcosmo di “tenerezze sospese”.

Tutto questo ed altro ancora è Anna Marinelli.

Anna, tu sai coniugare mirabilmente la bellezza dell’animo e la bellezza della persona, e proprio in virtù di questa meravigliosa simbiosi, riesci a dare un corpo ai sentimenti attraverso la melodia dei tuoi versi.

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Riflettore sull’Autore

 

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